U di upupa
U di UPUPA
Pio Acito gennaio 2005
Diamo inizio a questo viaggio facendo un lungo passo indietro.
Indietro con la memoria, indietro di molti anni, alla prima elementare.
Primi giorni di scuola, l’alfabeto da recitare tutti insieme.
Allora funzionava così.
A come albero, B come banco, C di casa, D come dado, E di elefante,
fino alla T di tavolo e poi la U.
Alla U novantacinque bambini italiani su cento hanno trovato U di uva,
io ho trovato U di UPUPA.
Ne è passato di tempo da allora, è passato per tutti,
alcuni sono passati.
Quell’upupa è rimasta lì nascosta e muta per molti anni, poi un giorno ricompare,
si fa vedere davvero, non su un cartoncino,
ma con le sue piume, il suo canto e persino il suo volo.
Dieci anni fa cantava l’upupa sotto casa mia.
Sono passati dieci anni e ne sono successe di cose in questo tempo. Dieci anni.
E’ un tempo lungo? è un tempo breve? Il nostro sistema di misura può essere uguale a 120 fogli di calendario, uno spessore stupido e limitato, oppure può essere uguale a 146mila semi rilasciati dal mio albero di sambuco con una media di 14milaseicento semi l’anno e provate a dire che non sono tanti.
Sì, cari miei, i semi di sambuco saranno pure tanti in dieci anni, ma di sicuro sono pochissimi quelli digeriti e rilasciati dai passeri che diventeranno nuovi sambuchi, ed allora? Per questa strada a dieci anni non ci arriviamo, ed allora proviamo da quest’altro lato.
Dieci anni fa sotto casa si trovava parcheggio più facilmente, anzi era tutto un grande libero parcheggio, assolato ma solo per me o, meglio, per la mia macchina e qualche benvenuto turista. Come si fa a misurare un periodo di tempo con le auto? Non è che uno si mette una peugeot206, o una golf gtd, al posto della sveglia sul comodino e vede ogni mattina appannarsi la verniciatura e calcola così che stanno passando i dieci anni, perché anche così non la finiamo più. Con le macchine si calcola il tempo dicendo che ogni anno le auto aumentano e ce n’è di più e non c’è niente da fare.
Io, affermo solennemente, che sono passati dieci anni perché oggi il parcheggio è pieno e non c’è un posto per la mia macchina. Ancora una volta ho delle certezze, del tipo sul numero dei semi del sambuco, sono infatti certo che ognuno di voi dieci anni fa aveva meno difficoltà a parcheggiare vicino casa. Giriamo e giriamo, ma siamo ancora nel vago, rischiamo di arrivare ad undici anni di questo passo. Un’altra cosa forse può essere utile: dieci anni fa c’erano meno case ed avevamo tutti, dico tutti, dieci anni di meno.
Dieci anni fa cantava l’upupa sotto casa mia.
Provate a provare cosa vuol dire avere due o tre upupe che ogni mattina si svegliano, ti svegliano, con i loro richiami.
PUPUHPUUUHH PUPUUHPUUUUHHH PUPUHPUUUHH
Ed i canti fino all’arrivo delle prime auto o dei camion ed allora via le upupe, si precipitavano giù nella Gravina, arrivederci a domani mattina.
Mi raccomando, vi aspetto, svegliatemi!
Le avete viste le Upupe? Dico, dal vero?
A me le ha fatte scoprire Michele, lì sulla Murgia. Fermo! mi fa, ascolta! Da lontano arriva il primo PUPUHPUUUHH per le mie orecchie attente. Non c’è memoria di averlo sentito prima quel suono, quel canto che subito si trova un posto ben preciso nel mio hard disk celebrale. Eccola lì che vola, scivolando nell’aria. E’ così che vola l’upupa: scivola, ed un po’ scia sulle onde segrete del vento.
Ma prima di mettersi in volo tira su una cresta piena, rosa con la banda nera ed apre le ali bianche e nere e bianche ed ha la coda nera e bianca e nera. Qualunque scienziato, ornitologo, ma anche non ornitologo, si gioca facilmente la sua qualifica asserendo che la unica esponente della famiglia degli Upupidi, l’Upupa epops esiste da molto prima della Juventus. Allora ho realizzato! è venuta fuori dalla memoria profonda, l’ho riconosciuta, è lei, quella della U di Upupa, finalmente ha corpo e vita.
Le abbiamo fatto la posta a quelle famigliole sulla Murgia, lì alla masseria Radogna. Ore calde e ferme sotto il bagolaro per fotografarle mentre portano un verme o un seme ai piccoli nel nido del divacatoio sulla parete. Dopo due giorni la diffidenza passa ed il tempo dell’imbeccata si riduce ed eccole lì a tre e quattro a becchettare sotto il fico a chiamarsi PUPUHPUUUHH a volare, a scivolare verso quel buco e foto e caldo e fermo e si fidano.
I pulcini si affacciano curiosi.
Ci sentiamo domani. Si, a domani mattina. PUPUHPUUUHH PUPUHPUUUHH, strano, l’andar via da Radogna in quei giorni era come allontanarsi più ricchi da una miniera.
Poi i lavori, il nido tappato, nessuno se ne accorge. Chi vuoi che se ne freghi delle upupe. Parlarne, con chi? A chi spiegare che il volo scivolato dell’upupa è particolare? e che i suoi colori le hanno meritato di essere scolpita sulle tombe degli Assiri già cinquemila anni fa? che gli Egiziani la consideravano la messaggera degli Dei? e che annunciava l’arrivo delle carovane dall’estremo oriente, quelle carovane che portavano gli incensi ed i profumi per Cleopatra?
Come dare valore al grande lavoro di una intera famiglia di upupe, zie e zii compresi, per covare, sfamare e portare all’involo quattro giovani upupotti, e come darne tanto di valore da non fare eseguire i lavori e salvare un nido?
Gli ornitologi ci dicono che l’Upupa epops è esigente; un ottimo indicatore biologico. Dove caccia e nidifica l’upupa vuol dire che la qualità della vita, del bios, in quella zona è buona.
Appunto! ora lì a Radogna l’upupa non caccia né nidifica più. A quel tempo, dieci anni fa non c’era il Parco della Murgia, oggi il Parco c’è ma non ci sono più le upupe.
Civiltà, progresso, scienza, area protetta, centro visite, il tutto ecocompatibile.
Raccontatelo all’upupa!
Dieci anni. Tempo passato, tempo vissuto. Tempo meteorologico variabile.
Ognuno avrà avuto la sua giusta dose di tempo buono, di pioggia e di vento.
Ognuno è cambiato in questo tempo, molte cose sono cambiate in dieci anni.
E’ cambiata la nostra città, è sparito san Giacomo. Anzi, per essere precisi: è quasi sparito san Giacomo. Una intera parte della Città prende nome da quella cripta. Una chiesa rupestre maltrattata come tante dentro e fuori la Città. Diversamente dal Cristo Docente, dalla Cripta dei Quattro Evangelisti, da Cristo alla Gravinella, San Giacomo, di nuovo martire, ha provato i morsi della ruspa.
Ai Quattro Evangelisti hanno deciso l’assedio permanente, facendo brutta figura – gli assedianti – che, dall’alto dei loro palazzoni, approfittano indiscreti e volgari per guardare dentro alla pecchiara dei Groya, ma la cripta è lì e qualcuno potrebbe dire che addirittura è più protetta così. Sarà?
Ma san Giacomo, già era solo e dimenticato a vedersela con un carrozziere un po’ abusivo ma di certo molto sporcaccione, e poi senza affreschi, niente statue, chi vuoi che se ne accorga.
Maledetti! voi e la ruspa! Giù morsi, denti di ferro e cingoli contro il tufo. E che può fare il cutizzo della Murgia contro la ruspa? può solo chiedere sommessamente aiuto e l’aiuto arriva, si ferma la ruspa, si salva a stento il fondo della cripta, scoppia la vergogna.
Ignoranti! Ignoranti e prepotenti. Ignoranti, prepotenti ed atteggiosi. Atteggiosi?
Si! Atteggiosi, perchè fanno pure la parte di quelli che: la cultura, la storia, la urbanistica, il nostro patrimonio……Ma chi se ne frega! Si saranno dimenticati di San Giacomo, non c’era rimasto quasi più niente, è passato tanto tempo, sì tanto tempo, ma meno di dieci anni e poi quel grattacielo sembra proprio piantato come una feroce alabarda sul corpo del martire Giacomo. Giusto lì sotto, timidissimi restano meno di mille metri quadri di Murgia e si vergognano di essere rimasti nudi, senza un po’ di cemento od almeno di asfalto a ricoprirli per far sparire quegli ultimi relitti di timo e ranuncoli che ancora ostinati provano a ricrescere ogni anno per ospitare lucertole, forbicine e brandelli di storia nostra. Non rimane che buttarci sopra un po’ di rifiuti, gridare alle vipere, far sbucciare un ginocchio ad un bambino e così sarà decretata quell’ultima colata di cemento con un bel mini parco giochi: “Parco San Giacomo” porterà inciso il cartello all’ingresso.
Per nascondere il grattacielo, per evitare che i cittadini guardino in alto, aprono sotto un granbelsupermercato, di quelli che ti obbligano a tenere gli occhi ad altezza di scaffale e giù a comprare.
Sarebbe sufficiente un solo colpo d’ala della mia upupa per approfittare della leggera corrente che sale dal Guirro e lasciarsi scivolare fino all’Annunziata alla Stradella.
Eccola lì la chiesa scavata, in una gravinella appena nata, con tutto un groviglio di grotticelle, pure un frantoio e più vicino anche una cava a pozzo. Ci si arriva partendo dalla casa dei pastori, dal caciolaro con il tetto a lastre piane che è già una sciccheria, e girando appena un po’ a destra, scendendo si arriva all’ingresso segnato da tre archetti e due colonnine e piegandosi un po’ si entra.
Solo alla Madonna si poteva dedicare una casa così elegante, con gli squadri, le cornici e le colonne; una chiesa piccola, come un corpetto di pizzo ricamato fatto su misura per Lei. Discreta, che sembra proprio avere gli stessi occhi bassi dell’Annunciazione. Discreta, per essere scelta da una colonia di pipistrelli che da un cunicolo sembrano vigilare con i loro fischi sottili.
Lì sopra, negli ultimi anni ci hanno piantato un traliccio elettrico, un maneggio abusivo, una colata di fango e stanno già seminando asfalto per poter domani raccogliere cemento.
Non si capisce da lì sotto cosa è successo negli ultimi dieci anni, da vicino non si capisce.
E’ necessario andare a vedere la Città da Timmari.
Timmari è lì davanti, resiste ancora un po’ boscata, è un piacere arrivarci, ottimi gli asparagi ed i fichi, gli uni regalati dalla natura, gli altri rubati alla campagna di “zi’ astraneo”. L’aria è più fina, gode del venticello che sale da San Giuliano con il suo panorama da cartolina, e si porta su nibbi e poiane che li senti dai fischi prima ancora di riuscire a vederli. Da Timmari ci è arrivata la più vecchia traccia dell’Upupa. Nella tomba di un bambino, sepolto lì 25 secoli fa, ci hanno messo giocattoli semi ed un fischietto, proprio un cuccù, e già lo facevano con le bande colorate e con la cresta e con quel suono, lo stesso canto di oggi. Quel canto, quel suono è nelle nostre orecchie da mille e mille anni.
Ma affacciandosi da san Salvatore non ci si crede, è Matera quella? Possibile?
Povera periferia, vista da qui sembra vomito che si raggrinzisce sulla cresta della Murgia.
Peccato. E qua sotto? Oltre La Martella? Capannoni, stradoni, vasconi e fungoni di cemento, ah! la zona artigianale; la discarica, le buste bianche a sostituire fiori e foglie ai mandorli, a sporcare gli ulivi, ad avvelenare l’olio ed il grano. Ma davvero era proprio impossibile costruire quei capannoni vicino ad un’altra zona industriale? Perché non a Jesce, perché non a Ferrandina? Lì ci sono capannoni vuoti a decine e strade deserte che aspettano camion che non arriveranno più.
Perché continuare a consumare, impermeabilizzare, sterilizzare, avvelenare territorio? Civiltà per qualcuno vuol dire sostituire il grano e l’olivo con il cemento, e questo qualcuno amministra la cosa pubblica. Peccato! E questo peccato lo si vede, lo si capisce da Timmari.
Ma è dalla Murgia che vedere Matera è una vera emozione. Questa emozione si rafforza per chi ha un po’ di memoria. L’emozione si rafforza con la rabbia.
I turisti non sanno, non capiscono la rabbia. E’ difficile spiegare loro che i Sassi erano circondati da colline alberate e da vigne, che i circuiti d’acqua ed il palombaro grande potevano esistere perché c’erano quelle colline di sabbia intorno; che lì c’era LaNera e che si chiamava così perché si coltivavano le amarene, che il castello Tramontano era una emergenza architettonica e che giustamente doveva svettare e dominare e che ora è assediato anch’esso, e che l’Annunziata era definita e si riconosceva ed ora è sepolta dalle gru che sembrano le lance sanguinanti di un film di guerra giapponese. Spiegate questo ai turisti, trovate dei buoni motivi per questo; vi guarderanno perplessi. Non capisco!
Non capisco! Ma davvero? Però Matera, i Sassi sono comunque molto belli!
Ma quel coso là sopra cos’è? Ah, quello? era un mulino, un pastificio dell’ottocento, ora ci hanno fatto appartamenti di lusso per avvocati e professionisti rampanti, gente che può permettersi mutui vicino al miliardo e che ha redditi tali da pagarsi oltre 6milioni al metro quadro. Ma da lì su il panorama è mozzafiato, sei sopra i Sassi, hai davanti tutti i colori della murgia e della gravina, per tutto l’anno, hai tutti i colori dei tetti ed i grillai che ti voleranno sotto il naso a fischiare curiosi.
Per quel panorama molto privato qualcuno ha rovinato per l’eternità il nostro di panorama!
Quel fabbricato rovinerà tutte le cartoline ed i ricordi di Matera e dei Sassi che i turisti si porteranno negli occhi.
Eppure, qualcuno riuscirà a fotografare quel coso in maniera tale da farlo finire sulle riviste della nuova architettura a giustificarne prezzo e prepotenza.
Non si segnalano voli, né canti di upupe da quelle parti. Che tristezza!
Ma ieri, o meglio l’altro ieri, un po’ di anni fa insomma. Una grande festa, cambiano le voci a Lucignano, arrivano a decine, classi intere, autobus, colori e grembiulini. Sono i bambini delle scuole che portano nuovi alberi per sostituire quelli che un bastardo a voluto bruciare.
Sono belle le nuove piante, sono accompagnate da gnomi, tigri, orsi e serpentoni di cartone, con le scritte “scio’, via, giù le mani dal bosco” e poesie e canti. Che festa! Panini e l’acqua pure alle piante e bigliettini che sono vere lettere a babbo natale e che chiedono ossigeno ed ombra invece che play station e carrarmati. Ne abbiamo piantati 640 di nuovi alberi e c’erano pure i politici, benvenuti, aiutate anche voi. Qui, aggiusta queste pietre, ancora un po’ di terra là, non scoprire il colletto a quel giovane leccio, una goccia di sudore come lì in Albania, vogliamo proprio vedere se ci sarà qualcuno che avrà il coraggio di bruciarlo di nuovo Lucignano.
Zitti! di là, lo sentite? PUPUHPUUUHH, questo è il canto dell’Upupa! Strano, non cantava da queste parti, deve essere contenta di questa festa e di questi colori. Quel canto resterà nella memoria di molti dei bambini ed un giorno sarà richiamato, tornerà fuori a farsi riconoscere.
Marco Polo racconta al Kublai Kan di un viaggio nelle città invisibili e fantastiche e termina quel suo viaggio parlando dell’inferno.
Polo descrive città belle e brutte, ognuno può riconoscere un pezzetto della propria città e decidere se il racconto che ascolta Kublai, il grande Kan, sia solo fantastico, lontano e non lo riguarda.
Calvino lo ha scritto più di trent’anni fa: è necessario saper cercare quello che in mezzo all’inferno, inferno non è, saperlo riconoscere, e farlo durare, e dargli spazio.
E noi siamo contenti perchè la festa a Lucignano è proprio quello che inferno non è.
E’ bello pensare che sia facile smetterla di infilzare la Terra con enormi chiodi di cemento, dopo averla presa anche a morsi con le ruspe, e sulla Terra invece seminare milioni di nuovi alberi.
Per le mie upupe.
Le upupe se la scialano tra gli alberi; il cemento gli fa schifo.