LIBRI NEL VENTO

KAKAVIA ESISTE

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Io ci sono stato, un luogo con il nome Kakavia esiste. 

E’ un posto di frontiera tra la Grecia e l’Albania ed io ci sono stato più volte.

Agli inizi degli anni ’90 a migliaia gli albanesi annegavano per arrivare a Bari, si sfracellavano contro gli scogli del Salento, si legavano ai tronchi degli alberi, imbottivano le barche di anime e di corpi piccolissimi, magrissimi, vecchissimi ed alcuni arrivavano in Italia.

In Italia è arrivato, forse, il trentapercento degli albanesi partiti, gli altri hanno nutrito i bellissimi pesci dell’Adriatico.

Io ci sono andato con Graziella. Lei da anni tentava di realizzare a Girokastro un reparto pediatrico nell’ospedale, nel frattempo ha costruito una scuola per gli zingari, è diventata più importante del prefetto della zona, ha responsabilizzato almeno una decina di albanesi, da quelle parti la conoscono tutti.

Vieni con me in Albania, tre giorni, mi fa, sei architetto, sei ambientalista, sei curioso, puoi dare una mano.  All’ospedale sono alle finiture, il sindaco di Girokastro dice di avere un problema con i rifiuti, gli zingari ci aspettano, ci facciamo due notti di traghetto e sabato siamo di ritorno.     Si va.

Da Bari ad Igoumenitsa traghetto, poi in panda fino al confine, sono tre ore di alba e nebbia tra le montagne della Grecia. Facciamo colazione e pipì qui, mancano solo 30 kilometri al confine, l’ultimo bar decente secondo Graziella.

Ancora strada in montagna ed ecco Kakavia. Cancello e guardie armate.

Sei, tra camion e macchine stracariche che aspettano.  C’è un vento leggero che alza polvere e carte; c’è silenzio; ci sono le guardie di frontiera greche, sul tetto della casermetta c’è una grossa mitragliatrice puntata verso un altro cancello più su, verso gli albanesi.

Sei mezzi che aspettano, sei ore che passano, un timbro, uno sguardo veloce ed il primo cancello si apre. L’Albania è lì su, cinquecento metri davanti a noi. 

Uno spiazzo polveroso, una parete di persone attaccate alla rete, piccolissimi magrissimi vecchissimi, saranno duecento. Silenzio ed il primo cancello chiuso; così, venti metri davanti alla rete umana. Due militari albanesi, armati di un bastone che autorizza lentezza ed indolenza, prendono i nostri passaporti. 

Dieci minuti ed il primo cancello si apre, veloci gli Albanesi altro che i Greci.

Calma! fa la Graziella. Siamo in mezzo, ora siamo tra due cancelli, vicini al posto di guardia albanese.              Ecco c’è Maxim, il nostro inviato albanese in Albania. Abbracci, sorrisi, mani forti, Maxim è un po’ grasso. Si muove molto, tutti lo salutano, le guardie gli parlano con rispetto.

E’ stato ufficiale della polizia di Enver Oxa e lo conoscono. Dovremmo pagare una specie di tassa, paghiamo una sciocchezza e timbrano i passaporti.  I passaporti però si ritirano in un altro ufficio.  Maxim va  trovare il nuovo capo del confine. Si aspetta.

Il muro di persone attaccato alla rete è sempre attaccato alla rete, c’è un bambino negro con una carrozzina malandatissima con sopra delle specie di pacchetti di sigarette che tenta di vendere sigarette di contrabbando ad aspiranti profughi e potenziali morti di Adriatico.

Il bambino negro ha la pelle nera appiccicata alle ossa ed in mezzo non c’è molta carne; grida sottovoce le marche delle sue sigarette. 

Ci penserò anni dopo: un bambino negro vende sigarette di contrabbando agli albanesi.

Abbiamo in mano i passaporti, grande Maxim, meno di due ore, meno che dai Greci.

Andiamo, andiamo a Girokastro.  Ora si scende, piano, le buche per strada sono vere e profonde. La strada è bellissima, dritta, due filari di alberi la fiancheggiano, auto poche e filano veloci.  Che bella campagna! Donne, bambini ed animali sembrano avere una sintonia ed un ritmo dimenticato in Italia. 

A Girokastro ci siamo in meno di due ore. Il sindaco aspetta Graziella, i dottori aspettano Graziella, gli operai aspettano Graziella. Io per ora seguo le traduzioni di Maxim che ad ogni frase fa la faccia di chi non vorrebbe dare un dispiacere. Graziella spiega chi sono e perché sono lì a Girokastro. Il sindaco si illumina: i rifiuti! finalmente, è arrivato quello dei rifiuti.

Calma, vorrei prima guardare, capire come state messi e poi parlarne.

Chiedo di fare un giro per il paese e mi assegnano un ragazzetto magro che parla un po’ di italiano.              Bella Girokastro, brutta Girokastro.

Bello il vecchio costruito nei secoli scorsi, brutto il nuovo costruito negli ultimi decenni, proprio come in Italia.

Asfalto poco, pali della luce pochi, marciapiedi nisba, cerchi di cemento ad ogni angolo di ogni palazzo. A cosa servono?

Ogni cerchio di cemento è presidiato da uno o più animali, una mucca, un asino, un maiale, due o tre cani, galline.  Strano, a cosa servono?

Ecco! Una donna giovane svuota un secchio di rifiuti, poca roba non riconoscibile.

La donna va via veloce, veloce arriva la mucca e ripulisce tutto con la sua larga e ruvida lingua.

Guardo dentro un altro cerchio, qualche barattolo lucido, pezzi di piatti rotti, pochissime cose, nessuna puzza.  Arriva l’asino che da me si aspetta qualcosa in quella mangiatoia collettiva.    Deludo l’asino che raglia seccato e mi guarda torvo.

Sei bambini giocano ad una specie di campana segnata nella terra, nuvolette bianche si alzano nel vento spinte da piedi in scarpe troppo grandi.

Maxim! domani andiamo alla discarica. 

Maxim fa la solita faccia di chi non vorrebbe dare un dispiacere, è sul fiume, si scusa lui.

Andiamo presto al fiume, per strada due donne raccolgono con un badile i rifiuti residui dai cerchi di cemento e li caricano su di un carretto tirato da due asini.

Maxim, si scusa, facciamo venti carichi al giorno e siamo meno di diecimila persone, saranno forse dieci quintali, troppi.

Arriviamo al fiume, la discarica albanese del millenovecentonovantaquattro è un mito.

Il fiume è limpido, veloce, basso. Il greto di sassi è largo ed accogliente, nessuna puzza, niente gabbiani o toponi. Barattoli, vetri, stoviglie formano un cumulo chiaro dal quale escono braccia di ferro contorto e grossi blocchi di cemento, quasi niente plastica.

Maxim si scusa, quei blocchi di cemento sono i rifugi antiaerei che ha seminato ovunque Oxa e che stiamo togliendo dalla campagna.

Quei pezzi di cemento sono l’unica cosa strana in quella discarica.

Passeggio sul cumulo e penso all’Italia.

Millenovecentonovantaquattro, beata l’Albania se resiste con questi rifiuti.

Ma questi non sono rifiuti sono residui.

Maxim non fare quella faccia, siete bravi, siete poveri.

Spiego al sindaco che deve fare attenzione, non dovete accettare doni che non potete poi smaltire. Fate attenzione, Maxim, quando domani arriveranno le plastiche, le batterie, i materiali sintetici, allora comincerà il problema, il fiume non ce la farà più.

Maxim sorride, ma è chiaro che non capisce.

Il reparto pediatrico dell’ospedale viene bellissimo, fanno l’intonaco triturando e recuperando i materiali dalle demolizioni, sorridono, Graziella ha pagato gli operai.

Qui faremo un grande murales. Fuori dall’ospedale due maiali ripuliscono i rifiuti buttati dalle finestre dei reparti.

Correva l’anno millenovecentonovantaquattro, correva, ma correva piano.

Millenovecentonovantasei, si torna a Girokastro.

Stessa trafila, Maxim è un po’ più grasso e si scusa.

La strada non è la stessa, ci sono più buche, il filare degli alberi è stato tagliato, ai lati della strada solo pochi tristissimi monconi morti; un asino morto, gonfio e senza testa aspetta di scoppiare.  L’aria è diversa, la guerra del Kossovo è vicina.

A Girokastro non ci sono più gli animali a pulire gli angoli delle strade, ci sono vecchi e sfondati cassonetti donati da una città dell’Emilia. 

I coperchi non sono mai arrivati ma i cassonetti sono troppo alti per mucche asini e cani.

Gira un camion vecchio donato da una città del Lazio, la puzza si sente, i cani sono più magri, gli albanesi più arroganti.

C’è tristezza in giro, solo due anni fa c’era speranza.

Ora a giocare nel vento ci sono le buste di plastica.

Bravi, noi siamo bravi. Abbiamo portato la civiltà.

Ora il fiume è scuro, sporco, la discarica puzza. In soli tre anni siamo stati capaci di cambiare un sistema di vita. Abbiamo fatto bene.

Il sindaco mi parla di una grande impresa italiana che si è offerta di realizzare un impianto di trattamento dei rifiuti, che ci pensa lei a trovare i fondi dell’Europa, che la sua percentuale sarà solo del ventipercento. 

Al rientro, il confine di Kakavia alle spalle mi lascia uscire un sospiro di pena e liberazione.

Bravi albanesi! avete resistito anche troppo, alla nostra civiltà.

 

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Lo sfondo è un'opera di Mario Tata in esclusiva per librinelvento.it
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